1984 non è né un testo femminista né transfemminista, tutt’altro, tuttavia è possibile leggerlo attraverso questo sguardo, la lente con cui osserviamo il mondo, nella quotidianità, nelle nostre relazioni, negli spazi che abitiamo, e persino nelle pagine che leggiamo.
Ed è adottando questa prospettiva che il romanzo di Orwell rivela il suo vero protagonista: il potere.
Un potere autoritario e repressivo, esercitato tanto sulle menti – attraverso il Ministero dell’Amore, che reprime il pensiero e annienta ogni forma di dissenso, anche solo immaginata – quanto sui corpi, per mezzo della Lega Giovanile Antisesso, che scoraggia qualsiasi forma di sessualità che non sia finalizzata alla procreazione. Un monito inquietante, soprattutto in tempi che vedono emergere tendenze autoritarie sempre più marcate, e in cui, mentre i giovani fanno molto meno sesso delle generazioni precedenti, e le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento, l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole viene ostacolata. Ma la violenza del potere non si esaurisce nei corpi. Il suo progetto più ambizioso si compie nel linguaggio. Ancora una volta, Orwell – teorizzando la neolingua, che attraverso la semplificazione radicale mira a spogliare il pensiero delle sue sfumature – ci offre uno spunto prezioso sulla capacità del linguaggio non solo di descrivere il reale, ma di produrlo, di limitarlo, di renderlo possibile o impossibile. È forse qui che il romanzo dialoga più apertamente con il nostro presente: nella consapevolezza che controllare le parole significa, in ultima istanza, controllare chi siamo e ciò che possiamo immaginare.
Consigliato da Marta della Casa delle donne di Parma