“Come facciamo a rendere una persona responsabile di un torto commesso, e allo stesso tempo restare in contatto con la sua umanità quanto basta per credere nella sua capacità di trasformarsi?”. Con questa frase di bell hooks si apre uno dei capitoli del libro con cui Giusi Palomba, unendo autobiografia e riflessione teorica, si interroga sul tema della violenza di genere a partire dal racconto di un’esperienza e da una pratica politica che, rinunciando alle forme consolidate di applicazione della giustizia, si prefigge di trasformare la società e di riparare al torto attraverso il coinvolgimento diretto della comunità.
Giusi è un expat. E’ il 2015, è appena arrivata a Barcellona e, come capita a molte nella sua condizione, galleggia. Poi incontra Bernat. Lui è un attivista, un agitatore culturale che si muove nel contesto più radicale della società barcellonese. Siamo nel pieno del neomunicipalismo di “Barcelona en Comù” e Ada Colau, una donna che proviene dal movimento per la Casa è appena stata eletta sindaco della città. C’è fermento, i circoli politici e culturali si moltiplicano; nelle relazioni convivono il vecchio e il nuovo: non più solo un potere esterno da sconfiggere, ma un cambiamento da iniziare a partire dal vissuto e sentire personale. Il femminismo è forte ma il maschilismo non è scomparso. Tutto procede, fino al giorno in cui Bernat, l’amico, il confidente e complice, viene accusato di violenza sessuale. Si potrebbe andare a processo, ma la comunità a cui appartengono sia Bernat che la donna che ha subito violenza è uno di quei luoghi di Barcellona dove da tempo è iniziato un percorso per riflettere sulla mascolinità, sul come può diventare oppressione, sul dolore che genera. Sarà la donna a chiedere che il fatto sia affrontato coinvolgendo l’intera comunità. Perché la responsabilità è individuale e collettiva, perché la trasformazione dev’essere di tutt* e il solo schierarsi, secondo la logica del giusto/sbagliato, non basta.
Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma