Carə sociə,

vi scriviamo questa lettera perché abbiamo l’urgenza di condividere con voi una situazione che si trascina da più di un anno con l’azienda che controlla i principali organi di stampa della città: la Gazzetta di Parma, 12 TV Parma e Radio Parma.

Questa storia ha inizio durante il processo Pesci: in quei mesi la Casa delle donne ha contestato un articolo particolarmente fazioso e tossico, volto a sostenere e legittimare la linea imposta dalla difesa. Nell’articolo si gettavano ombre sul passato della ragazza che veniva trasformata in una probabile imputata, complice della violenza subita – meccanismo diffuso che induce a creare quel pensiero comune che si esplicita in un: “se l’è cercata”. La Casa, come tanta parte della città, si è indignata nel leggere quelle parole e ha lanciato un mail bombing contro il direttore della Gazzetta, Claudio Rinaldi, e contro Roberto Longoni, autore dell’articolo. Le conseguenze dell’aver “osato” contraddire la sola voce della città erano prevedibili: un editoriale di autodifesa in prima pagina e, da quel momento in avanti, la censura sulla Casa delle donne.

A febbraio 2021 siamo state chiamate per realizzare due interviste fini a promuovere il nostro tesseramento, una per TV Parma e una per Radio Parma. La nostra presidente Elisabetta Salvini si è recata negli studi di TV Parma e ha rilasciato la sua intervista, con la promessa che sarebbe stata mandata in onda il giorno successivo. L’indomani, poco prima di essere ospiti a Radio Parma, scopriamo che le due emittenti locali – entrambe del gruppo Gazzetta – non possono fare spot promozionali a favore del tesseramento di associazioni no profit e che esistono “ordini dall’alto” per i quali le nostre parole non possono essere rese pubbliche. Abbiamo provato in più modi e con più persone a chiedere spiegazioni e infine abbiamo scritto anche una lettera al direttore, il quale ci ha palesemente detto che lui non è tenuto a condividere con noi ciò che ritiene e ciò che non ritiene essere una notizia.

Da allora la Casa ha organizzato diverse iniziative: le Spore*, in preparazione a RE/SISTER!, il primo festival femminista della nostra città, che a settembre, per tre giorni ha portato al parco ex Eridania più di 2500 persone. Il Festival era co-organizzato con il Comune. Malgrado ciò, in agosto la Gazzetta non era presente alla conferenza stampa in Comune e le uniche notizie del Festival (un breve articolo e un’intervista televisiva) sono state pubblicate solo ed esclusivamente perché ci siamo appoggiate a un’agenzia di stampa esterna e in quel caso la Gazzetta ha dovuto fare un minimo passo indietro.

Infine, la giornata del 25 novembre. La Casa è stata invitata per un’intervista su Radio Parma in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne e per spiegare le iniziative cittadine. A pochi minuti dalla diretta, un suggerimento sussurrato tra gli uffici ha fatto saltare l’intervista: la Radio non può mandare in onda interviste politiche.

Del corteo che ha visto la partecipazione anche delle istituzioni cittadine, la Gazzetta ha pubblicato solo una foto, censurando chi lo ha organizzato, probabilmente, ancora una volta, per “non rischiare di fare politica”.

Già, perché parlare di femminismo e di violenza di genere è fare politica, ce lo hanno insegnato bene le donne che ci hanno precedute. Il personale è politico, ed è dunque fare politica anche il censurare la voce della città che urla questo, per darla invece a chi come Vittorio Testa – nell’editoriale del 23 novembre 2021 – ci insegna che la rabbia di un femminicida è la prevedibile vendetta di chi è stato «abbandonato dalle due figure di donna più significative»: la madre e la compagna «unita a lui ma fecondata da altri». O a chi ci racconta dell’eccessiva debolezza delle donne che si fanno ammazzare.

Sono scelte, politiche.

E sappiamo che in questa modalità censoria di gestire la comunicazione non siamo solə, ci sono tante altre realtà che notizia non la faranno mai.

La Casa non ha di certo come obiettivo quello di finire tra le pagine del quotidiano, ma riteniamo che questa situazione debba essere resa nota, per lo più tra tuttə noi sociə di questa Casa che stiamo faticosamente costruendo. Ma noi sentiamo di avere tanto da dire e non accettiamo di essere messe a tacere. Siamo convinte della necessità – in un paese ancora intriso di pregiudizi sessisti e dove ogni tre giorni una donna viene uccisa – di ascoltare chi, in tutti i modi, sta provando a cambiare le cose. E forse quel dovere lo ha anche la stampa, ma a quanto pare quella della nostra città si sente assolta da ciò e può stabilire, senza dare spiegazioni, che la Casa delle donne non avrà spazio nei suoi canali né ora né mai.