VITE PARALLELE di WANURI KAHIU (2022) [Film]

La regista Wanuri Kahiu è stata insignita del premio Città di Venezia nel 2011. Premio che ogni anno, in occasione della Mostra internazionale d’arte cinematografica, viene assegnato a un/a cineasta dell’Africa o di altri continenti del sud del mondo. Il film Vite Parallele, pone una domanda: “cosa sarebbe successo se”, questione che apre a riflessioni sul destino e sul libero arbitrio. La realtà delle alternative, tanto usata in altri film a tema e.g. Sliding Doors, è l’elemento dominante utilizzato dalla regista. La protagonista Nathalie, interpretata dalla talentuosa Lili Reinhart, una volta ottenuta la laurea, vuole realizzare il suo sogno nel cassetto: quello di trasferirsi a Los Angeles insieme alla sua amica Cara, per farsi strada nel mondo dell’animazione. Una notte di sesso con il suo migliore amico Gabe biforca il suo destino: in un caso si ritrova con un test di gravidanza positivo che la costringe a vivere con i genitori per crescere il figlio come madre single; nell’altro, Nathalie non è incinta e continua la sua vita verso il successo e l’amore. Il racconto delle due vite è dinamico e gradevole con riprese e movimenti di scena alternati e con una sottotrama romantica che non dimentica l’ottica inclusiva. La regista ironizza sottilmente sugli stereotipi di genere, sulla presunta dicotomia tra la carriera e la maternità. Più il film si inoltra nei meandri della trama più le due realtà divergono ma presentano diversi punti di contatto in cui in modo sottile si chiarisce che la gravidanza non può e non deve influenzare il percorso umano e lavorativo di una donna. Non sentiamo mai la fatica di Nathalie nel crescere un figlio quasi da sola, né percepiamo gli inevitabili sacrifici economici a cui è costretta una stagista in una metropoli come Los Angeles.
Un’’opera gradevole che si distingue rispetto alla media dei film originali delle piattaforme per la sua vitalità e per la leggerezza con cui si approccia a tematiche complesse e delicate.
Consigliato da Patrizia della Casa delle donne di Parma

Venerdì 19 aprile ore 18.30 DONNA VITA E LIBERTA’

Presentazione del libro “JIN JIYAN AZADÎ La rivoluzione delle donne in Kurdistan” Curato dall’istituto
Andrea Wolf
Voci di venti donne rivoluzionarie, lettere memorie private, pagine di diario che sono l’impronta della lotta
e della resistenza kurda. Un progetto politico che scardina l’origine del patriarcato.
Sarà presente Claudia Zeryan del Comitato Jineoloji Europa
In collegamento Compagne del YPJ in collegamento video dal Rojava
Conversa con le partecipanti Roberta Maggiali

Iniziativa curata da Rete Kurdistan Parma, Donne in Nero Parma e Casa delle Donne Parma.

LA CANDIDATA IDEALE di Haifaa al-Mansour (‘2019) [Film]

Haifaa al-Mansour è stata, oltre che produttrice e sceneggiatrice, la prima regista donna dell’Arabia Saudita. La prima a presentare alla Mostra internazionale del cinema di Venezia due lungometraggi sulle vite delle donne saudite: “La bicicletta verde” (2012) e, in concorso, “La candidata ideale” (2019). Quest’ultimo è incentrato sulla figura di Maryam, una dottoressa giovane e competente, che, poichè donna, ogni giorno deve guadagnarsi con fatica il rispetto dei colleghi e l’accettazione dei pazienti maschi. Cogliendo l’opportunità che un disguido burocratico le offre, decide di candidarsi alle elezioni del consiglio municipale con l’obiettivo di riparare la strada che conduce all’ospedale dove lavora. Un semplice gesto che è, in quel contesto, sfida al sistema e a se stessa. Con l’aiuto riluttante dapprima e l’entusiasmo solidale poi delle sorelle minori, la sua campagna elettorale prende slancio.
Haifaa al-Mansour sostiene che : “La cosa più difficile per le donne ora è guardare oltre le antiquate convenzioni sociali e i modesti obiettivi che si erano prefissate precedentemente, mandare in frantumi i tabù che le attanagliano e decidere di tracciare nuove vie per se stesse e le loro figlie. E’ evidente lo sforzo immenso che comporterà liberarsi dal sistema che ci ha deliberatamente ostacolate così a lungo.”
“La candidata ideale” non è un film di accesi contrasti, lotte e furori. La regista sceglie un registro “medio”, le vicende si dipanano pianamente. Ma quello di Maryam non è un percorso di compromessi, semmai di mediazioni utili a preservare il senso “radicale” della sua presenza e delle sue buone ragioni. Perciò l’indignazione che la motiva e la sostiene non l’acceca, ma le consente di vedere la possibilità di uno spazio di consapevolezza femminile, forza propositiva e cambiamento nell’intrecciarsi delle relazioni e delle consuetudini tra donne, nella bellezza e cultura comunque presente nel suo mondo: paesaggio scabro, musica antica, vesti sontuose sotto il nero dello hijab.

Consigliato da Enrica della Casa delle donne di Parma

SISTERHOOD di Domiziana De Fulvio (2020) [Film]

SISTERHOOD è il documentario d’esordio di Domiziana De Fulvio, regista e ex cestista che, a partire dall’idea di sorellanza, comunità e partecipazione, mette in dialogo alcune esperienze nate dallo sport in differenti luoghi del pianeta. Roma, Beirut e New York sono le tre città che ospitano le squadre amatoriali di basket femminile di cui si parla.

SISTERHOOD. “E’ una parola potente”, dice una delle giocatrici della “Ladies Who Hoop” di NY (Donne che fanno canestro), che poi aggiunge: “Ho due sorelle, ma nella cultura nera, tutt* sono mia sorella, mio fratello, nel senso che insieme sei per lo scontro, per la causa, per la lotta”. “E’ un legame, è la base di tutto”.

Per “Le Bulle” di Roma, squadra femminista e delle tre la più politicizzata, “sisterhood” è “perché non ci sia competizione, distinzione tra più brave e meno brave; è perché ciascuna trovi il suo ruolo nella squadra, perché la voglia di giocare prescinda dal risultato che non è per forza vincere la partita”. “E’ perché giocare aggiunga all’essere amiche un altro pezzo di intimità”.

Per la squadra di Beirut invece, composta da donne palestinesi, libanesi e siriane, “è la possibilità di aprirsi alle differenze, di conoscere l’altra; è quella di “lasciare a casa i telefonini”, “di essere un esempio per altre” e, per chi è costretta a vivere in un campo profughi, “la possibilità di viaggiare”.

Dichiarazioni inclusive, che riassumono alcune delle motivazioni che le hanno portate a scegliere lo sport come momento di aggregazione, come opportunità per affrancarsi dalle regole, dagli stereotipi che condizionano le loro vite o semplicemente per seguire la propria passione. E alla luce del sole, perché anche occupare lo spazio pubblico, storicamente maschile, è di fondamentale importanza.

Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma

Artiste e femminismo in Italia di Paola Ugolini

Il libro di Paola Ugolini, che ha per sottotitolo ‘per una rilettura non egemone della storia dell’arte’, è un’occasione per inquadrare la nascita e lo sviluppo di un’arte femminista come progetto storico e collettivo. E lo fa mettendo a fuoco le pratiche delle artiste che hanno operato in Italia dal primo dopoguerra ad oggi e che hanno fatto dell’arte un campo di soggettivazione e il mezzo per liberarsi di una pesante eredità patriarcale. “Tutto il cosmo è terreno critico per la teoria femminista…sperimentando una sistematica asimmetria fra il proprio silenzio e la parola maschile, le donne hanno imparato a conoscere sé stesse come oggetti di un racconto androcentrico”.
Una consapevolezza da cui nasce la questione della rappresentazione e della narrazione del Sé (condensata nel celebre ‘Io dico io’ di Carla Lonzi), un’istanza che rende il campo dell’arte una ‘fucina avanguardistica’ di immagini, storie e strategie rappresentative.
Ne fanno parte: Bice Lazzari, sostenitrice delle arti applicate, considerate minori dall’Accademia, per lei momento di passaggio per la libertà; Carol Rama che fa dell’erotismo un mezzo espressivo per un’identità che superi i rigidi limiti del costume; Carla Accardi che insieme a Carla Lonzi e Elvira Banotti scrive il Manifesto di Rivolta Femminile avvicinando all’arte la pratica dell’autocoscienza; Laura Grisi e Marinella Pirelli interpreti della sperimentazione audiovisiva che prende piede con la proliferazione dei nuovi media tra gli anni ’60 e ’70, dove “video e fotografia scalzano l’egemonia della pittura nelle arti visive e diventano strumento privilegiato di autoanalisi esistenziale”.
Poi ci sono la fotografia queer di Claude Cahun; le parole intrecciate di Greta Schödl; le performance di Marina Abramovic; i corpi materni stravolti di Jenny Saville; l’antropologia olistica e il dialogo con la natura di Elena Mazzi. E altro ancora.
Un libro ricco che traccia un percorso nella storia dell’arte filtrato attraverso le lenti del femminismo e della militanza che oggi si presenta come transfemminista, queer ed ecologica.
Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma

FILMAK-HER 2024

Dal 10 marzo al 14 aprile 2024 sarà possibile visitare, presso la Galleria Bianca del Cubo in via Spezia a Parma, la mostra FILMAK-HER 2024 dedicata a 24 registe del panorama internazionale scelte ‘per la loro capacità di sfumare e a volte rompere i confini e le etichette’. Un progetto elaborato dall’associazione 24FPS in cui verranno approfonditi, in mostra e negli eventi collaterali che prevedono laboratori e una tavola rotonda con le illustratrici coinvolte, la multidisciplinarietà e l’occupazione delle donne nell’industria del cinema.

La Casa delle donne di Parma parteciperà all’evento con alcune recensioni della rubrica Squarci Femministi e, in dialogo con Giulia Simi, docente e ricercatrice all’Università di Sassari, curatrice e studiosa del cinema sperimentale femminile in Italia, sarà presente all’incontro dal titolo “Pratiche femminili in formato ridotto. Il cinema di Marinella Pirelli”, previsto per il 23 marzo 2024, sempre alla Galleria Bianca del Cubo.

MISSISSIPPI MASALA di Mira Nair – Film ’91

1972: il presidente Idi Amin Dada ordina l’espulsione dall’Uganda delle minoranze etniche originarie dell’Asia meridionale, concedendo loro 90 giorni per lasciare il paese. Amin accusa una parte della popolazione asiatica di slealtà, di non integrazione e di praticare illeciti commerciali: affermazioni che i leader indiani contestano. Lui però difende la sua decisione sostenendo che sta restituendo l’Uganda agli ugandesi. In quel momento vivevano in Uganda circa 80.000 persone di origine sud-asiatica discendenti da persone emigrate durante il periodo coloniale britannico (fine del XIX secolo) e appartenenti quindi alla terza generazione, nata e cresciuta in Uganda. 1990: l’indiano Jay, insieme alla moglie Kinnu e alla figlia Mina, costretto a partire nel ’72 abbandonando tutti i suoi beni, ha ricominciato una nuova vita nel Mississippi. Ma non riesce a rassegnarsi e continua a scrivere regolarmente lettere indirizzate al nuovo governo di quel Paese per riottenere nazionalità e proprietà. Nel frattempo la storia d’amore tra sua figlia Mina e il giovane afroamericano Demetrius fa riemergere vecchie tensioni e rancori tra indiani e neri. Jay, profondamente indiano e profondamente africano, è completamente incapace di superare le barriere di classe e di razza e la contrarietà delle rispettive famiglie spingerà i due giovani a fuggire insieme.
Il film, che sconta un eccesso di romanticismo, ha però due meriti: mantiene un punto di vista neutrale, non addossando colpe all’una o all’altra comunità e racconta una vicenda per molti versi ignota, almeno all’epoca dell’uscita del film, quale l’espulsione degli indiani dall’Uganda.
Mira Nair (Bhubaneshwar 1957), regista e sceneggiatrice indiana, vive e lavora a New York. Attivista di lunga data, ha fondato a Kampala, in Uganda, un laboratorio di cinematografia chiamato Maisha, che, a partire dal 2005, ha formato numerosi giovani registi dell’Africa orientale, animati da un sentire comune: “se non siamo noi a raccontare le nostre storie, chi altro lo farà?”.
Consigliato da Giovanna della Casa delle Donne di Parma

ANCHE IO di Maria Schrader (2022) [Film]

L’inchiesta di Jodi Kantor e Megan Twohey, le due giornaliste del New York Times autrici di un importante atto d’accusa nei confronti di Harvey Weinstein, è raccontata in un libro e in questo bel film diretto dalla regista Maria Schrader (Unhortodox). Le prime voci di molestie sessuali che vedono coinvolto il potente produttore cinematografico, fondatore della Miramax, e tante altre personalità dello star system americano, nell’ambito di un vero e proprio sessismo sistemico diffuso, risalgono a parecchi anni prima ma c’è voluto tempo perché si organizzassero. Decenni, durante i quali molte denunce sono state ignorate o messe a tacere con accordi finanziari perché i reati di questo tipo non erano perseguibili penalmente e le cause civili, per molte delle donne coinvolte, troppo costose. Inoltre, e questo sarà uno dei meriti fondamentali dell’inchiesta che crea un collegamento tra le vittime, mettendo in gioco informazioni, solidarietà e desiderio di giustizia, ciascuna di loro viveva la propria esperienza come un caso isolato.
Il film, che alterna momenti del privato delle giornaliste al loro lavoro certosino di ricostruzione dell’indagine, ha il merito di non spettacolarizzare gli abusi che qui non si vedono ma si ascoltano. Bastano infatti le parole pronunciate dalle vittime, nel corso delle tante telefonate o nelle interviste che le due giornaliste riescono ad ottenere, per mettere in evidenza la gravità e l’orrore delle molestie psicologiche o fisiche subite. Parole che, nell’abbattere la barriera di silenzio che circonda i fatti, producono finalmente una presa di coscienza collettiva. Il movimento #metoo nasce in questo momento.
Carey Mulligan e Zoe Kazan sono molto brave nell’interpretare le due giornaliste, come il resto del cast di questo film solido e serrato che, inserito nel filone del cinema d’inchiesta americano, risulta alla fine essere necessario.
Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma