In alcuni dei versi più significativi di Rupi Kaur, poeta, scrittrice e illustratrice canadese di origini indiane, vengono cantati i sacrifici e le fatiche delle donne che ci hanno preceduto e che hanno permesso a quelle venute dopo di volgere lo sguardo verso un orizzonte sempre più lontano. Sembra che Vanessa Roghi abbia fatto tesoro di queste parole per scrivere un testo in cui, da storica, ricostruisce benissimo le diverse ondate femministe dal dopoguerra a oggi tracciando l’autobiografia collettiva di una generazione. Quella di chi è nata negli anni Settanta, ed è cresciuta in un mondo dove le femministe più grandi elaboravano teorie e vivevano le loro vite con una consapevolezza del tutto nuova, mentre le persone più giovani, a partire da lei stessa, la parola femminista se la sono “persa spesso per strada per tanti motivi, mai per scelta”. “Uno sguardo sessuato sugli anni Settanta, Ottanta e Novanta e poi sul nuovo millennio, letti in prima persona singolare e plurale allo stesso tempo”.
Già dalle prime pagine si respira la grande onestà intellettuale di Roghi, che racconta le parole scritte e urlate dalle donne che l’hanno preceduta facendoci capire che quello che oggi urliamo e scriviamo è possibile proprio per la montagna sulla quale siamo sedut3. Benché non si possa essere sempre d’accordo con tutte le voci che Roghi descrive (e ci mancherebbe), già dalle prime pagine ci si rende conto che tutte in fondo sono parte di una stessa lotta, che è servita e serve ancora a cambiare un esistente che discrimina, invisibilizza e violenta, donne e soggettività trans e non binarie.
Del resto sta tutta qui la forza della parola femminista: nell’uso collettivo di parole nelle quali il personale diventa politico e dove l’io, modificato dal femminismo, ha più senso quando modifica il noi. Perché, e qui Vanessa Roghi cita Michela Murgia, “se serve solo a te non è femminismo”.

Consigliato da Ilaria della Casa delle donne di Parma