articolo della gazzetta di parma con titolo caso teatro due in corte d'appello ribalteremo la sentenza con immagine del teatro due

Per la prima volta da quando la questione di TeatroDue è balzata agli onori della cronaca, il piccolo giornale cittadino osa pubblicare il nome del regista Walter Le Moli. Ma non per dare un nome, un volto e una storia a chi per 30 e passa anni ha commesso manipolazioni, abusi e violenze sessuali su attrici, aspiranti attrici e allieve, ma per parlare di lui come una vittima che, a causa di una narrazione sbagliata, sta subendo danni incalcolabili sul piano professionale e personale.

A raccontarlo così a un giornalista compiacente è il suo avvocato Giovanni Nouvenne, che si dice convinto di ribaltare presto le sentenze del Tribunale del Lavoro, restituendoci un Le Moli immacolato. Come se questi sei anni di processi e le tre sentenze fossero carta straccia. Come se fosse possibile leggere in altro modo l’agire predatorio di un uomo che per decenni si è sentito onnipotente e ha abusato del suo potere in ogni modo, andando ben oltre il possibile e il pensabile.

Ma l’avvocato fa il suo mestiere e per noi il problema non è lui. Il problema è come il giornale sceglie di raccontare tutto questo. Perché non c’è peggior giornalismo di quello che empatizza con l’abusante anziché con le vittime. Che minimizza 30 anni di stupri, abusi e molestie. Che normalizza la violenza e ne parla usando l’espressione “amichevoli confidenze”, alludendo al dubbio che anziché di conclamati atti di violenza stiamo forse parlando di relazioni sentimentali.

Un giornalismo che si fa portavoce della difesa senza apportare alcun dubbio. Che non considera il consenso delle vittime nè il loro punto di vista. E che non si ferma a pensare a che effetto faranno queste parole su tutte le donne di cui Walter Le Moli ha abusato.

Un giornalismo nano, insomma, che non perde occasione per confermare se stesso, e che non fa altro che alimentare quella cultura dello stupro di cui Walter Le Moli è uno dei tanti figli sani. Nè vittima, nè mostro.