Il titolo del libro è anche la domanda che attraversa tutto il testo. Manon Garcia l’affronta partendo dal caso Pélicot, in cui cinquanta uomini sono accusati di aver violentato una donna, su invito del marito che la rendeva inerme attraverso dosi massicce di sonniferi.
Per mesi, la filosofa ha seguito le udienze, ascoltato testimonianze, osservato volti e registrato che l’orrore non sta solo nei fatti, ma nella “normalità” degli uomini coinvolti. In pochi ammettono di aver stuprato, quasi tutti invocano a propria difesa l’invito ricevuto, ribadendo così che la proprietà del corpo di una moglie è del marito.
Anche Gisèle Pélicot, è una donna come altre. Scrive Garcia: “L’eco del processo dipende anche dal fatto che lei ha la personalità, l’ambiente sociale, l’aspetto perfetti”. Anche per lei, però, i soliti dubbi: era consenziente? sapeva?
Gisèle appare, per molti versi, “la vittima ideale”: bianca, rispettabile, coniugata, socialmente collocata in un contesto “accettabile”. Ma cosa sarebbe accaduto con una persona trans, non binaria, non bianca, non sposata, meno conforme? Probabilmente la sua parola sarebbe stata accolta con più sospetto, la sua umanità messa in dubbio. In esergo, Garcia inserisce una citazione da “La vita materiale” di Maguerite Duras: “Bisogna amare molto gli uomini. Molto, molto. Amarli perché ci piacciano. Altrimenti, non è possibile, sono insopportabili”. Suggerendo così se non sia il caso di rivedere il modo in cui noi donne continuiamo ad amarli. E più ancora suggerendo che forse dovrebbero essere loro, gli uomini “Ad amare noi, per far sì che si possa continuare ad amarli.”
Un libro che ci costringe a guardare quella zona grigia in cui la violenza si confonde con la quotidianità e a chiederci che cosa significa davvero ‘convivere’. Una riflessione radicale e dolorosa: la libertà delle donne non può prescindere dal modo in cui gli uomini scelgono di stare nel mondo, perché lo stupro è politico. Riguarda tuttə.
Consigliato da Gaetana della Casa delle donne di Parma
