Notizie come quella della morte di Denise fanno vacillare, ci fanno sentire tutta la rabbia e l’impotenza che ormai ci sono familiari. I giornali parlano di lei chiamandola con il cognome del padre, Carlo Cosco, ma lei da quel padre e da quel nome si era allontanata da molto tempo, da quando sua madre Lea Garofalo aveva lasciato la provincia di Crotone e aveva iniziato a collaborare con la giustizia, entrando con la figlia nel programma di protezione testimoni.

Lea e Denise rinunciano al proprio nome e alla propria storia, la loro identità. Una rinuncia dolorosa e necessaria, ma non sufficiente: nel novembre del 2009 Carlo Cosco rintraccia Lea, la convince ad incontrarlo con la scusa di parlare del futuro della figlia. L’esito di quell’incontro è un copione che abbiamo imparato a riconoscere: Lea viene uccisa, il suo corpo dato alle fiamme e sciolto con l’acido. Provano a cancellarla ma non ci riescono: piazza Beccaria è gremita durante i funerali e il volto di Lea è ovunque, riprodotto sulle bandiere di Libera che colorano la piazza. Quel giorno Denise, nascosta ma presente, prende la parola, la sua voce riecheggia tra le vie di Milano. “La forza me l’hai insegnata tu. Grazie per quello che hai fatto per me”, dice, e con quella forza denuncia il padre, una scelta che definisce “di libertà interiore, per ripartire con la vita”.

Per anni hanno raccontato che le mafie avevano un proprio onore, che risparmiavano donne e bambini, ma non è vero, le mafie agiscono una violenza profondamente patriarcale: pretendono di esercitare un dominio e un controllo costante sui territori, sulle politiche, sulle scelte, le vite, i corpi delle persone. Il primo femminicidio di mafia risale al 1878, è quello di Anna Nocera. Sono 133 le donne vittime di mafia, di alcune conosciamo i volti e le storie, di altre solo i nomi. Sono donne che si sono battute per le loro scelte politiche e per le loro terre, come Renata Fonte, e Francesca Morvillo. Donne che, dicono, si trovavano “al posto sbagliato al momento sbagliato”, come se ci fosse un posto giusto e uno sbagliato per condurre la propria esistenza, come se al posto sbagliato non fosse chi ha un’arma tra le mani, ma chi si trova colpito da una pallottola vagante. Donne che, come Lea, sono state vittime di uomini che non hanno voluto accettare la loro libertà e autodeterminazione. Donne che come Denise, hanno fatto scelte e coraggiose e fiere, facendo sentire forte la propria voce anche se spezzata dal dolore.
A Denise dobbiamo l’impegno di ricordare i nomi, le storie, i volti delle donne che la criminalità organizzata prova a cancellare, e quello di riconoscere la violenza patriarcale anche nei contesti che ci sono più estranei, ma le dobbiamo anche il nostro interrogarci sulla capacità di stare vicin3 e dare sostegno a chi mette in atto rivoluzioni.
