UNA DONNA PROMETTENTE di Emerald Fennel (2020)

Stanca dei predatori che la fanno franca, una giovane donna decide di dar loro una lezione. Basterebbero queste parole per descrivere il film scritto e diretto da Emerald Fennel, attrice, sceneggiatrice e regista inglese qui al suo primo lungometraggio. E’ il 2020, siamo in pieno #meetoo e del movimento il film diventa un manifesto. Un revenge thriller, caratterizzato dallo stesso stile pop molto personale che ritroveremo anche nel successivo CIME TEMPESTOSE, perfettamente bilanciato da uno humor nero a sua volta rintracciabile in tanto cinema e tanta letteratura.
La vita di Cassie non ha preso la strada che lei avrebbe desiderato. Studentessa brillante, dopo un evento traumatico che vede coinvolta fino al suicidio la sua migliore amica Nina, abbandona gli studi di medicina. Torna a vivere con i genitori, lavora in un coffee shop, elude le opportunità di promozione che la boss le offre, tutto questo in una pace però solo apparente. Una volta alla settimana infatti, Cassie si avventura in un bar fingendo di essere ubriaca e permettendo al primo uomo che le si avvicina di portarla a casa. Non appena però il tipo cerca di approfittarsi di lei, gli rivela di essere sobria e gli dà una lezione. Quando un vecchio compagno di università la incontra al caffè e inizia a corteggiarla, scatta il ricordo degli eventi passati e delle persone coinvolte facendo riaffiorare in lei il desiderio di vendetta. Fino allo spietato twist finale.
Un film dai toni pulp dove non scorre sangue; un film che si inoltra in territori pericolosi, così reali per tante donne, portato avanti senza enfasi. Ed è forse questo il suo aspetto più inquietante.
Per chiudere, è forse utile ricordare che alla sua produzione, oltre alla stessa regista, hanno partecipato sia Margot Robbie che Carey Mulligan, la brava interprete di Cassie. Tutte impegnate da tempo nel sostenere un cinema femminista.
Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma

IL CUORE AFFAMATO DELLE RAGAZZE di Maria Rosa Cutrufelli (Mondadori, 2025)

Nel 1970, una prestigiosa università americana invita Etta, ormai anziana, a raccontare i fatti relativi all’incendio dell’Asch Building di cui era stata testimone nel 1911. All’inizio riluttante al solo ricordo di quel giorno terribile, inizia poi a scrivere un diario, consapevole dell’importanza di lasciare traccia di quanto accaduto. All’interno dell’Asch Building aveva sede la fabbrica Triangle Shirtwaist Company in cui lavoravano centinaia di giovani sarte, soprattutto immigrate, in condizioni disumane e sottopagate. Era il 25 marzo, morirono 146 lavoratrici e il processo prosciolse i padroni. Parte da qui il racconto della protagonista, figlia anche lei di immigrati italiani, prima infermiera a Ellis Island e poi in uno studio medico situato proprio nello stesso edificio della Triangle. Sono gli anni in cui le operaie di Manhattan iniziano a scioperare, a richiedere la presenza dei sindacati. Grazie a Tessie, che sarà l’unico amore della sua vita, conosce sindacaliste e suffragiste e le “ragazze affamate” che gridano “vogliamo il pane ma anche le rose”.
Come sottolinea l’autrice nella postfazione, questo è un romanzo, non una ricerca storica. Tuttavia, vi trovano posto nomi importanti di attiviste realmente esistite: Mary Dreier e Alice Frances Keller, colonne portanti del movimento progressista di New York; Pauline Newman, per 60 anni direttrice dell’International Ladies Garment, Workers Union; Clara Lemlich, leader sindacale; Frances Perkins che, dopo il rogo, dedicò tutta la vita a far sì che tali tragedie non accadessero più. Un esercito di donne coraggiose e determinate e un inno alla sorellanza.

Consigliato da Giovanna della Casa delle donne di Parma

UN FILO TRA LE MANI – Maria Lai – Museo Ettore Guatelli, Ozzano Taro (PR)

UN FILO TRA LE MANI è il titolo di una piccola mostra, aperta fino al 3 maggio, che il Museo Etnografico Ettore Guatelli dedica a Maria Lai, l’artista sarda che ha trasformato l’agire quotidiano, in particolare femminile, in arte. Nata ad Ulassai, un paese dell’Ogliastra, nel 1919, Maria Lai può essere considerata una pioniera nella ricerca di un nuovo concetto di arte che fosse fuori dagli schemi tradizionali e al contempo ancorato alle radici, quelle a cui lei stessa è rimasta legata per tutta la vita. Artista eclettica, la sua opera è fatta di pittura, scultura, disegno, acquerello, collage, telaio, libri cuciti e infine interventi ambientali, in un progressivo coinvolgimento di tutti gli elementi, umani e naturali, che le stanno a cuore e formano il suo universo interiore. I materiali usati sono tra i più semplici: filo, stoffa, legno, terracotta, smalto, tempera, a volte qualche concessione all’oro, simbolo di spiritualità, in una visione olistica del mondo che lei ci offre con generosità, interessata solo a creare legami, con un puro intento relazionale. Una visione dove l’arte del rammendare, ad esempio, può trasformarsi in una pratica di riparazione esistenziale, o dove ‘tenere per mano l’ombra’ apre la strada alla primavera. Per lei creazione e dono vanno insieme e a noi non resta che rintracciarli nelle poche, meravigliose opere dedicate al filo messe in mostra.

Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma

L’AUTODIFESA DELLE DONNE. Pratiche, diritto, immaginari nella storia, a cura di Simona Feci e Laura Schettini, VIELLA 2024

Nonostante i tentativi di cancellare dalla storia le pratiche di autodifesa che le donne hanno messo in atto, e si sono tramandate, in contrasto alla violenza maschile, queste non sono andate perdute. Nel volume curato da Simona Feci e Laura Schettini vengono infatti riprese e raccontate esperienze di anni e paesi diversi grazie ai contributi di storich3, filosof3, sociologh3, e giurist3. Non è un caso però che queste non facciano parte di un patrimonio di conoscenze collettivo: raccontare le donne come inermi e indifese, rappresentarle solo come vittime, rafforza l’idea che quella violenza sia inevitabile e che nulla si possa contro di essa.
Le esperienze raccolte si sono dispiegate nelle palestre, nelle strade, nei
tribunali: ci sono le palestre di jujitsu in cui le suffragette si allenavano a
reagire alla violenza dei poliziotti, le manifestazioni “riprendiamoci la
notte” diffusesi tra gli anni ‘70 e ‘80, i processi a porte aperte, le
opere letterarie e le performance artistiche, perché anche la creazione di un
immaginario comune contribuisce allo smontare lo stereotipo imperante che ci
vuole fragili e sottomesse. Viene inoltre proposta una riflessione sulle norme
che sanciscono quali siano le condizioni in cui lo Stato riconosce la legittima
difesa, rinunciando a punire chi commette un atto illecito. Le stesse norme che però di fatto non riconoscono e di conseguenza non tutelano le peculiarità in cui solitamente agiscono le donne che si trovano in relazioni abusanti.
“Se qualcosa non è mai accaduto, se non esiste neanche nei sogni, difficilmente è pensato e immaginato come possibile e realizzabile”, scrivono Feci e Schettini nell’introduzione del volume; diffondere le pratiche di resistenza e autodifesa rimosse dalla storia diventa dunque uno strumento necessario per far fronte alla cultura dello stupro e alla violenza imperante.
Consigliato da Marta della Casa delle donne di Parma

LA PAROLA FEMMINISTA di Vanessa Roghi, Strade Blu Mondadori, 2024

In alcuni dei versi più significativi di Rupi Kaur, poeta, scrittrice e illustratrice canadese di origini indiane, vengono cantati i sacrifici e le fatiche delle donne che ci hanno preceduto e che hanno permesso a quelle venute dopo di volgere lo sguardo verso un orizzonte sempre più lontano. Sembra che Vanessa Roghi abbia fatto tesoro di queste parole per scrivere un testo in cui, da storica, ricostruisce benissimo le diverse ondate femministe dal dopoguerra a oggi tracciando l’autobiografia collettiva di una generazione. Quella di chi è nata negli anni Settanta, ed è cresciuta in un mondo dove le femministe più grandi elaboravano teorie e vivevano le loro vite con una consapevolezza del tutto nuova, mentre le persone più giovani, a partire da lei stessa, la parola femminista se la sono “persa spesso per strada per tanti motivi, mai per scelta”. “Uno sguardo sessuato sugli anni Settanta, Ottanta e Novanta e poi sul nuovo millennio, letti in prima persona singolare e plurale allo stesso tempo”.
Già dalle prime pagine si respira la grande onestà intellettuale di Roghi, che racconta le parole scritte e urlate dalle donne che l’hanno preceduta facendoci capire che quello che oggi urliamo e scriviamo è possibile proprio per la montagna sulla quale siamo sedut3. Benché non si possa essere sempre d’accordo con tutte le voci che Roghi descrive (e ci mancherebbe), già dalle prime pagine ci si rende conto che tutte in fondo sono parte di una stessa lotta, che è servita e serve ancora a cambiare un esistente che discrimina, invisibilizza e violenta, donne e soggettività trans e non binarie.
Del resto sta tutta qui la forza della parola femminista: nell’uso collettivo di parole nelle quali il personale diventa politico e dove l’io, modificato dal femminismo, ha più senso quando modifica il noi. Perché, e qui Vanessa Roghi cita Michela Murgia, “se serve solo a te non è femminismo”.

Consigliato da Ilaria della Casa delle donne di Parma

Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza, di Safaa Odah, fandango libri 2025

“Sono originaria della provincia di Rafah, una città che è stata cancellata dalle mappe, una città dove non resta una pietra sull’altra…Più della metà della popolazione di Gaza oggi vive senza casa, vaga da una tenda all’altra, condivide il cielo come tetto e la patria come sogno sempre rinviato…La tenda diventerà parte di noi, diventerà il simbolo di un’intera epoca”.
Le parole di Safaa Odah, che ci dicono da dove sta parlando, le troviamo nel diario e sul sito di erbacce.org, la rivista femminista di fumetti che, dopo averla intercettata sui social, dal settembre 2024 la ospita nella rubrica ‘Una tenda in Palestina’. Quella tenda, ‘inondata, inzuppata, piena di sabbia, dal calore insopportabile’ da cui da più di due anni racconta con immagini e parole il genocidio in atto a Gaza. Prima del 7 ottobre 2023 Safaa utilizzava un tablet poi, sfollata più volte, senza Internet e senza elettricità, si accontenta della carta e, in mancanza di questa, anche delle pareti della tenda. Distruzione, morte, fame, amore, amicizia, maternità, malattia, speranza sono i temi che l’autrice affronta con un tratto leggero ed essenziale. Protagoniste delle sue storie sono soprattutto le madri, a cui affida un ruolo speciale, e i bambini, i padri, i soldati, gli spari, le bombe, che riempiono la quotidianità ‘dura e spaventosa’ dei campi che neppure la tregua ha modificato. Quando è arrivata, scrive Safaa, “la nostra gioia non è stata come ce l’eravamo immaginata. Mi sono chiesta quale fosse il motivo. Forse è perché la guerra ha prosciugato i sentimenti”.
Nel marzo del 2025 il libro esce in Inghilterra dove riceve lo Special Award al LICAF (Lake International Comic Art Festival). Ora che, grazie al lavoro di #erbacce e alla cura di Pat Carra, esce anche in Italia, approfittiamone. E’ bello e di questi fatti non potremmo trovare narrazione migliore

Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma

LA NUOTATRICE NOTTURNA di Adriàn Bravi (Nutrimenti, 2025)

“Da uomo ho cercato sempre la compagnia degli altri, ne avevo bisogno, da donna, no. La sensazione di solitudine è stato il mio primo viaggio verso la femminilità”
Una mattina, Jacopo, un quarantenne goffo e impacciato, riceve una telefonata da una donna che lo informa della morte di suo padre Pietro, annegato in un fiume a Rio Salgueiro, in Portogallo. “L’agua è implacabile, non perdona le persone quando nuotano la notte”, gli dice Ingrid.
Di Pietro ricorda poco. Quando era piccolo, lo aveva visto andar via su una Citröen arancione con due donne e un uomo, gli aveva detto di aver cura di sua madre, Mina, e gli aveva regalato un’armonica appartenuta al nonno paterno. In tutti questi anni non ha avuto spiegazioni da parte di sua madre né avuto contatti col padre. Si ricorda anche di Manuela, un’amica bella ed elegante, che, per un po’ di tempo, era venuta a trovarli. Jacopo lavora ora come operatore cimiteriale insieme a Quinto, suo diretto superiore e sarà proprio lui a convincerlo a partire per Rio Salgueiro per vedere dove è seppellito Pietro. Qui Jacopo scoprirà la verità nascosta per tutti questi anni, il suo dolore e quello del padre, costretto ad abbandonare la famiglia alla ricerca della sua vera identità. E sarà una fotografia a mostrargli il vero volto di Pietro/Manuela.
L’autore affronta il tema dell’identità di genere con una grande delicatezza e allo stesso tempo con quegli intensi flussi di ricordi che provocano le diverse emozioni nel lettore sensibile e attento: la sofferenza di chi non si rispecchia nella realtà che lo circonda, la consapevolezza che questa ricerca apporti dolore anche alle persone che ci sono care, ma anche il desiderio e la scelta di vivere in libertà il proprio corpo.
Consigliato da Giovanna della Casa delle donne di Parma

FEMMINISMI. Un’antologia contemporanea, a cura di Rossella Ghigi, Einaudi 2025,

Il libro della sociologa Rossella Ghigi è un’antologia per temi che, individuando 50 testi fondamentali per comprendere i femminismi, ci permette di andare alla radice di molti degli strumenti di pensiero utilizzati oggi per indagare il mondo. Un’antologia divisa in 7 capitoli all’interno dei quali la selezione segue un ordine cronologico per anno di pubblicazione del testo originale. Nel primo capitolo ad esempio, dedicato a ‘sesso e genere’, si va da Simone de Beauvoir che, con il “Secondo sesso” (1949) scritto per rispondere alla domanda ‘che cos’è una donna’, segna l’inizio di una riflessione sistematica sulla condizione femminile nella contemporaneità, a Judith Butler che con “Corpi che contano. I limiti discorsivi del sesso” (1993) apre la strada a una concezione fluida e non binaria della soggettività di genere.
Gli altri capitoli sono rispettivamente dedicati a: patriarcato e dinamiche dell’oppressione, politiche del corpo e mistiche della femminilità, intersezionalità e post-colonialismo, sessualità e violenza come dispositivi di potere, linguaggio cura resistenza, e, infine, lotte. I vari testi, che rendono conto del clima politico e culturale in cui sono stati elaborati, sono riconducibili a Angela Davis, bell hooks, Audre Lorde, Donna Haraway, Silvia Federici, Luce Irigaray, Rosi Braidotti, Carla Lonzi, Luisa Muraro, Lea Melandri e tante altre. E’ un viaggio nel tempo, un viaggio che serve a fortificare la condizione in cui i femminismi – “cammini irregolari e discontinui di ricerca di libertà” – si trovano oggi ad operare costruendo una sorta di genealogia linguistica che facilita il rendersi conto “…della pluralità insita in questa cultura, delle visioni diverse, delle voci molteplici e non univoche presenti in essa, troppo spesso appiattite su una generica rappresentazione”.

Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma

Cosa vuol dire fare l’uomo? di Mica Macho, Edizioni Sonda 2023

Liberarsi da una maschilità predefinita è l’orizzonte a cui guarda il collettivo Mica Macho, una community nata nel 2020. Mentre l’epidemia di Covid ci bloccava tutt3 all’interno delle nostre case, un gruppo di uomini ha creato uno spazio virtuale di condivisione in cui interrogarsi sul loro essere maschi. Dopo tre anni le loro riflessioni riempiono le pagine di questo libro, adatto sia ai ragazzi che agli adulti che desiderano o che sentono il bisogno di interrogarsi sul maschile. 8 capitoli che analizzano altrettanti stereotipi che rappresentano (ancora!) le fondamenta dell’educazione, della crescita e dei modelli maschili; ogni tema è arricchito da brevi saggi, testimonianze personali e interviste a espert3 e attivist3. Un mix che rende agevole e dinamica la lettura.
Questo libro è un utile strumento per vedere (finalmente) quelle gabbie dorate che imprigionano molti maschi in modelli di forza, potere, competitività, muscoli e successo; e soprattutto per capire come uscirne ed essere liberamente maschi.
Consigliato da Michela della Casa delle donne di Parma

THE RETURN, di Uberto Pasolini, (2024) coproduzione internazionale di Italia, Grecia, Francia e Regno Unito. Esce in Italia con il titolo ITACA. IL RITORNO, visibile su Prime

E’ un film potente, carico di suggestioni e di interrogazioni, ma, il titolo stesso lo suggerisce, dell’Odissea archetipo strutturale, labirintico racconto dei racconti, non vanno qui cercate peregrinazioni, mostri, dei: siamo di fronte ad una riscrittura, ad una nuova interpretazione della storia, motivata nel regista da nuovi interessi esistenziali ed esplicitata dalla rappresentazione del ritorno dell’eroe nella sua terra naufrago e nudo, solo, perduti i compagni, incapace di risignificare la propria vita dopo la follia della lunga guerra, ancora e diversamente Nessuno.
E’ solo chi lo riconosce (Eumeo il porcaro, il cane Argo, la nutrice Euriclea, Penelope infine e soprattutto, riannodando e condividendo la tela della esistenza di lui) che gli permette di riconoscersi. In ciò che è stato, nella violenza cieca che lo ha perso e che la regina, consegnandogli l’arco con cui sterminerà gli usurpatori, gli conferma ancora necessaria per riunirsi alla sua famiglia e riconquistare il suo ruolo. Ed è sempre lei, con i suoi gesti e le sue parole, dapprima nel confronto, anche risentito, poi nel colloquio quando, mentre lo deterge dal sangue, al “Voglio dimenticare” di Odisseo replica “Ti aiuterò io a ricordare. Prima ricorderemo insieme e poi dimenticheremo insieme”. E’ la possibilità, per quanto lo consente il mondo in cui lei vive e che è il suo, di un altro sguardo, di un’altra vita, offerta dalla forza, determinazione, ingegno, autorità di una donna.
C’è una storia o un mito, evocati dai classici antichi come l’Odissea; racconti di tempi lontani nutrono ancora il nostro immaginario. Sono uomini i protagonisti: guerrieri, eroi di straordinarie avventure, figure di un mondo patriarcale di cui ancora oggi, anche noi donne “consapevoli”, avvertiamo la fascinazione: da dove viene e perché resiste?
Consigliato da Enrica della Casa delle donne di Parma

1984, di George Orwell – Oscar Moderni Cult (2019) – LIBRO

1984 non è né un testo femminista né transfemminista, tutt’altro, tuttavia è possibile leggerlo attraverso questo sguardo, la lente con cui osserviamo il mondo, nella quotidianità, nelle nostre relazioni, negli spazi che abitiamo, e persino nelle pagine che leggiamo.
Ed è adottando questa prospettiva che il romanzo di Orwell rivela il suo vero protagonista: il potere.
Un potere autoritario e repressivo, esercitato tanto sulle menti – attraverso il Ministero dell’Amore, che reprime il pensiero e annienta ogni forma di dissenso, anche solo immaginata – quanto sui corpi, per mezzo della Lega Giovanile Antisesso, che scoraggia qualsiasi forma di sessualità che non sia finalizzata alla procreazione. Un monito inquietante, soprattutto in tempi che vedono emergere tendenze autoritarie sempre più marcate, e in cui, mentre i giovani fanno molto meno sesso delle generazioni precedenti, e le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento, l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole viene ostacolata. Ma la violenza del potere non si esaurisce nei corpi. Il suo progetto più ambizioso si compie nel linguaggio. Ancora una volta, Orwell – teorizzando la neolingua, che attraverso la semplificazione radicale mira a spogliare il pensiero delle sue sfumature – ci offre uno spunto prezioso sulla capacità del linguaggio non solo di descrivere il reale, ma di produrlo, di limitarlo, di renderlo possibile o impossibile. È forse qui che il romanzo dialoga più apertamente con il nostro presente: nella consapevolezza che controllare le parole significa, in ultima istanza, controllare chi siamo e ciò che possiamo immaginare.
Consigliato da Marta della Casa delle donne di Parma

VIVERE CON GLI UOMINI. Che cosa ci insegna il caso Pelicot, di Manon Garcia, Einaudi 2025

Il titolo del libro è anche la domanda che attraversa tutto il testo. Manon Garcia l’affronta partendo dal caso Pélicot, in cui cinquanta uomini sono accusati di aver violentato una donna, su invito del marito che la rendeva inerme attraverso dosi massicce di sonniferi.
Per mesi, la filosofa ha seguito le udienze, ascoltato testimonianze, osservato volti e registrato che l’orrore non sta solo nei fatti, ma nella “normalità” degli uomini coinvolti. In pochi ammettono di aver stuprato, quasi tutti invocano a propria difesa l’invito ricevuto, ribadendo così che la proprietà del corpo di una moglie è del marito.
Anche Gisèle Pélicot, è una donna come altre. Scrive Garcia: “L’eco del processo dipende anche dal fatto che lei ha la personalità, l’ambiente sociale, l’aspetto perfetti”. Anche per lei, però, i soliti dubbi: era consenziente? sapeva?
Gisèle appare, per molti versi, “la vittima ideale”: bianca, rispettabile, coniugata, socialmente collocata in un contesto “accettabile”. Ma cosa sarebbe accaduto con una persona trans, non binaria, non bianca, non sposata, meno conforme? Probabilmente la sua parola sarebbe stata accolta con più sospetto, la sua umanità messa in dubbio. In esergo, Garcia inserisce una citazione da “La vita materiale” di Maguerite Duras: “Bisogna amare molto gli uomini. Molto, molto. Amarli perché ci piacciano. Altrimenti, non è possibile, sono insopportabili”. Suggerendo così se non sia il caso di rivedere il modo in cui noi donne continuiamo ad amarli. E più ancora suggerendo che forse dovrebbero essere loro, gli uomini “Ad amare noi, per far sì che si possa continuare ad amarli.”
Un libro che ci costringe a guardare quella zona grigia in cui la violenza si confonde con la quotidianità e a chiederci che cosa significa davvero ‘convivere’. Una riflessione radicale e dolorosa: la libertà delle donne non può prescindere dal modo in cui gli uomini scelgono di stare nel mondo, perché lo stupro è politico. Riguarda tuttə.
Consigliato da Gaetana della Casa delle donne di Parma