LA TRAMA ALTERNATIVA. Sogni e pratiche di giustizia trasformativa contro la violenza di genere, di Giusi Palomba, minimum fax 2023

“Come facciamo a rendere una persona responsabile di un torto commesso, e allo stesso tempo restare in contatto con la sua umanità quanto basta per credere nella sua capacità di trasformarsi?”. Con questa frase di bell hooks si apre uno dei capitoli del libro con cui Giusi Palomba, unendo autobiografia e riflessione teorica, si interroga sul tema della violenza di genere a partire dal racconto di un’esperienza e da una pratica politica che, rinunciando alle forme consolidate di applicazione della giustizia, si prefigge di trasformare la società e di riparare al torto attraverso il coinvolgimento diretto della comunità.
Giusi è un expat. E’ il 2015, è appena arrivata a Barcellona e, come capita a molte nella sua condizione, galleggia. Poi incontra Bernat. Lui è un attivista, un agitatore culturale che si muove nel contesto più radicale della società barcellonese. Siamo nel pieno del neomunicipalismo di “Barcelona en Comù” e Ada Colau, una donna che proviene dal movimento per la Casa è appena stata eletta sindaco della città. C’è fermento, i circoli politici e culturali si moltiplicano; nelle relazioni convivono il vecchio e il nuovo: non più solo un potere esterno da sconfiggere, ma un cambiamento da iniziare a partire dal vissuto e sentire personale. Il femminismo è forte ma il maschilismo non è scomparso. Tutto procede, fino al giorno in cui Bernat, l’amico, il confidente e complice, viene accusato di violenza sessuale. Si potrebbe andare a processo, ma la comunità a cui appartengono sia Bernat che la donna che ha subito violenza è uno di quei luoghi di Barcellona dove da tempo è iniziato un percorso per riflettere sulla mascolinità, sul come può diventare oppressione, sul dolore che genera. Sarà la donna a chiedere che il fatto sia affrontato coinvolgendo l’intera comunità. Perché la responsabilità è individuale e collettiva, perché la trasformazione dev’essere di tutt* e il solo schierarsi, secondo la logica del giusto/sbagliato, non basta.
Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma

DONNE DELLA NEBBIA di Laura Acero – Ventanas edizioni, 2024

Le donne della nebbia sono le donne del páramo di Sumapaz in Colombia, alle porte di Bogotà. Il páramo è un ecosistema di alta montagna nei tropici che si estende da circa 2900 a 5000 metri sopra il livello del mare e quello di Sumapaz è il più grande e il più importante del mondo. In questo paesaggio tanto maestoso quanto inospitale le donne contadine della zona accolgono con entusiasmo l’arrivo di un’insegnante da Bogotà che terrà loro un corso di scrittura una volta alla settimana. La prof., come la chiamano loro, scrittrice in crisi creativa e voce narrante del romanzo, sta cercando di riprendersi uno spazio di indipendenza dopo la maternità. Si sente estranea alla sua doppia identità di donna e madre e decide di lasciare il marito e il bambino in città per rifugiarsi in una realtà ancora più estranea. Fin da subito il corso si rivela una straordinaria occasione a cui nessuna di loro vorrà mancare. Per la comunità delle donne di Sumapaz l’incontro si rivelerà presto una forma di salvezza dalla durezza della terra e degli uomini. Saranno loro a parlare, Adriana, Julia, Flor, Maribel, Blanquita, Marlene e Anadelina, donne cresciute in un sistema patriarcale, assuefatte a gesti irrispettosi e all’ignoranza ma che non hanno perso la loro sensibilità e il desiderio del confronto.
“[…] non mi viene in mente una sola donna che non sappia cos’è l’abuso”, dice Anadelina, manifestando una verità amara non solo di Sumapaz ma di qualsiasi altro angolo del mondo.
“Donne della nebbia” è il primo romanzo della scrittrice bogotana Laura Acero (1990).

Consigliato da Giovanna della Casa delle Donne di Parma

SIMONE DE BEAUVOIR INTERROGA JEAN-PAUL SARTRE SUL FEMMINISMO – il Saggiatore 2025

In questo brevissimo saggio, recentemente tradotto ed estratto dall’originale francese del 1976 “Simone de Beauvoir interroge Jean-Paul Sartre” in “Situations, Tome 10: Politique et autobiographie” i due compagni di vita discutono di alcune delle questioni del femminismo, quali l’invisibilità delle donne, il maschilismo, e il rapporto che intercorre tra lotta di classe e la specificità della lotta femminista.

Si esplorano poi alcune apparenti contraddizioni come quella tra eguaglianza e promozione sociale: se il femminismo da un lato ambisce a rimuovere le gerarchie, dall’altro auspica che le donne raggiungano, attraverso l’emancipazione, i vertici delle stesse, per accedere alle medesime qualifiche degli uomini.

Interrogando Sartre, de Beauvoir lascia che lo spazio di riflessione sia condiviso. Sartre è intimamente sollecitato ad assumere sia posizioni di ascolto che di contributo attivo, che lo rendono in grado di prendere coscienza di sé, riconoscere il proprio privilegio e mettere in discussione la propria mascolinità.

La ricchezza di questo dialogo risiede proprio nella vicinanza emotiva tra i due, che agevola la loro integrità e funge da presupposto solido per la condivisione di un pensare critico e fecondo.

Consigliato da Martina della Casa delle donne di Parma

LA FAMIGLIA GIUSTA. Versione italiana scritta e narrata da Francesca Berardi e Claudia Torrisi (podcast, 2025 disponibile su Spotify e YouTube)

Partendo dallo shock per l’abolizione, nel giugno 2022, della storica sentenza Roe v. Wade, che per mezzo secolo ha difeso il diritto all’aborto a livello federale negli USA, il podcast si concentra su un fenomeno in crescita in Europa: l’attacco transnazionale ai diritti sessuali, riproduttivi e LGBTQIA+. Attraverso testimonianze e reportage sul campo – da Madrid a Varsavia, passando per Budapest, Roma e Bruxelles – le giornaliste incontrano attivisti, esperti, politici e donne coinvolte nella battaglia culturale contro la “famiglia naturale”, la cosiddetta “famiglia giusta”.
I 7 episodi che compongono il podcast ci offrono un approccio internazionale e, soprattutto, differenti punti di vista che arricchiscono il racconto. Ogni episodio include riferimenti concreti: dal VI summit transatlantico per “la cultura della vita” che svela la rete internazionale dei partiti anti-aborto all’Ungheria di Orbán e alle sue politiche nataliste tradizionali; dal focus sull’esperienza italiana con testimonianze reali alla retorica delle destre europee su immigrazione, razzismo e anti-gender.
I reportage sul campo, la rete politica smascherata dalle giornaliste e il taglio europeo rendono il podcast strumento necessario per chi vuole capire come, oggi, i diritti delle donne e delle minoranze siano al centro di una vera e propria battaglia globale.
Prodotto da Chora Media in collaborazione con El País Audio, Europod e 444, il podcast fa parte del progetto europeo WePod (finanziato dal programma Creative Europe).
Consigliato da Giovanna della Casa delle Donne di Parma

IL GELSO DI GERUSALEMME di Paola Caridi – Feltrinelli 2024

Manifesto di botanica politica, il libro di Caridi racconta il Medio-Oriente attraverso gli alberi. Ispirata dallo scrittore Amitav Gosh che per “La maledizione della noce moscata” aveva identificato un vulcano come “agente della Storia”, l’autrice sposta gli umani dal centro della scena e ci mette gli alberi. A differenza nostra, scrive, essi, i nonumani, non si allontanano. Ancorati alla terra sono testimoni del tempo e delle vicende che si succedono. Sono gelsi, lecci, ulivi, palme, carrubi, sicomori, fichi d’India o alberi di arancio. Come il gelso del titolo, che l’autrice, tornando a Gerusalemme, trova ridotto a un moncone. Era bello un tempo e faceva parte, prima del 1948, quando ancora non era stato creato lo stato di Israele, del giardino di una villa appartenuta ad una famiglia palestinese. “Erano 7 gli alberi di gelso. Quattro con le more bianche e tre con le more rosse” racconta all’autrice un testimone che era stato lì bambino. “Andavamo a raccogliere i fichi dei sicomori dalle parti di Ashkelon quando ancora non era cominciata la storia dei permessi, la storia che gradualmente ci ha rinchiuso dentro Gaza” le racconta un altro. I sicomori, con i loro 40 metri di diametro; l’albero-piazza, presente un tempo in ogni villaggio palestinese e oggi quasi scomparso. O come gli agrumeti di Jaffa, l’antichissima, che per tutti i palestinesi è il simbolo della città perduta, le cui arance, dopo la ‘Nakba’, sono state risignificate, diventando israeliane. E così via, in un succedersi di testimonianze in cui il radicamento nella natura diventa per gli uni strumento di narrazione politica dell’appartenenza e per gli altri conferma della propria indigenità. Quella di cui si è fatto carico il Jewish International Fund, la più importante impresa sionista per il rapporto con la terra, che ha piantato al posto dei villaggi palestinesi conquistati, milioni di alberi. Sempre che l’interesse non sia invece quello di distruggerli, come succede quando il neocolonialismo, con la sua economia predatoria, avanza.
Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma

COSA VUOL DIRE INSIEME – podcast di Francesca Milano (2025) (Chora Media, YouTube) [PODCAST]

“La guerra le aveva rese nemiche, una cooperativa le ha fatte diventare socie”
Bratunac è un piccolo comune bosniaco attraversato dal fiume Drina che lo divide da Srebenica, teatro, nel 1995, di un terribile genocidio. Prima della guerra il paese poteva contare su una forte produzione di frutti di bosco: lamponi, mirtilli, more e fragole.
L’autrice del podcast si reca a Bratunac a conoscere Rada Zarkovic e Skendar Hot, che hanno fondato la Cooperativa “Insieme” che produce marmellate e succhi di frutti di bosco. Il loro scopo era quello di permettere il ritorno a casa dei profughi e delle profughe di guerra e creare una convivenza pacifica.
“Noi stiamo lavorando per elaborare il lutto, per creare le condizioni affinché due vicini si possano parlare, piangere insieme…” afferma Rada, che ha vissuto la guerra schierandosi con il movimento antimilitarista delle Donne in Nero di Belgrado.
Il fotografo italiano Mario Boccia si è fatto promotore della cooperativa nel mondo raccontandone la storia attraverso le sue immagini. Lui stesso afferma: “non pensavo potesse esistere una realtà del genere. Quando fecero la registrazione della cooperativa erano dieci ragazze locali, molte vedove e musulmane. Oggi sono quasi 500 le famiglie coinvolte nella produzione di frutti surgelati, e se si pensa a cosa ha vissuto questa gente con la guerra e tutto ciò che essa ha generato, è un risultato straordinario”.
Con il suo podcast Francesca Milano (Chora Media) ci racconta questa storia di rinascita e di come questi “frutti di pace” siano arrivati sugli scaffali delle Coop. E questo ci fa sperare in una pace possibile.
Consigliato da Giovanna della Casa delle Donne di Parma

LE DONNE AL BALCONE di Noémie Merlant – 2024 [FILM]

“Le donne al balcone” ovvero il sogno di essere libere.
In una Marsiglia assolata seguiamo le vicende di tre amiche alle prese con la necessità di disfarsi di un cadavere.
Raramente accade di vedere un film femminista, e quando ciò accade direi che è il caso di prendere al volo questa occasione.
Il film racconta con grande lucidità e sincerità lo stato del rapporto uomo-donna, senza indorare la pillola amarissima che le donne ingoiano quotidianamente.
Non c’è spazio per alcuna ipocrisia in questo film. Il corpo femminile, la sua nudità viene mostrata finalmente senza il peso dello sguardo maschile e del suo abuso di potere.
Questo film è un manifesto politico. Mentre ci racconta una storia, in cui non sarà raro ritrovare la nostra storia, ci invita a non camuffarci, ci ricorda che la sorellanza è strumento potentissimo.
Ci chiede di non fare sconti agli uomini perché nominino ciò che sono e ciò che fanno, assumendosene la responsabilità.
Solo una regista poteva evocare nella danza di una donna sulla riva del mare la danza della Dea. Questo per ricordarci che c’è stato un tempo in cui danzavamo libere e la nostra danza era considerata sacra. Quella danza ci invita a sognare di essere libere, ad esserlo di nuovo, sempre e per sempre.
Consigliato da Angela della Casa delle Donne di Parma

LA SIGNORA MERAVIGLIA di Saba Anglana – Sellerio, 2024 [LIBRO]

“La signora Meraviglia“: così le protagoniste del romanzo chiamano la cittadinanza italiana che Dighei, somala di nascita ma etiope di origine, vuole ottenere dopo quarant’anni di vita in Italia. Siamo nel 2015 e le nuove leggi impongono regole e lungaggini burocratiche tra le quali non è facile districarsi. La nipote Saba, l’autrice, la aiuta in questo faticoso iter che sembra non aver mai fine. Ma “la signora Meraviglia” era anche Wezero Dinkinesh, una maga di origine etiope che, a Mogadiscio, praticava l’infibulazione e curava le possessioni demoniache. Sì, perché Saba ci regala un memoir, alla ricerca delle sue origini, in cui la storia attuale si alterna a quella della sua nonna Abebech ai tempi dell’Africa Orientale Italiana. In Etiopia Abebech viene violentata da un ascaro che la abbandona in Somalia con due figli. Incontra poi un uomo che pratica la malacomanzia: le sue conchiglie dicono che lei non tornerà mai più in Etiopia ma, a Mogadiscio, incontrerà un brav’uomo che le darà otto figli. E così sarà. Ma ci sono momenti in cui Abebech scivola in un abisso fatto di ombre scure che sente pesare addosso come un macigno e pensa di essere posseduta da uno spirito malvagio, il Wukabi, da cui solo Wezero Dinkinesh può salvarla. Oggi il Wukabi lo chiameremmo attacco di panico ma nella tradizione culturale dell’epoca i momenti di crisi sono associati alla presenza di spiriti maligni contro cui lottare per tutta la vita. Il trauma di Abebech vivrà nei suoi discendenti, “come una memoria trasmessa nelle cellule”. Sì, perché anche Saba, sua madre, le zie vivono con quella rabbia, quella diffidenza di chi non sa più quale sia la sua vera identità e che non si sente accolto completamente.
Saba Anglana è una cantante e attrice. Nata a Mogadiscio nel 1970 da madre somala e padre italiano.
Consigliato da Giovanna della Casa delle Donne di Parma

E HO SMESSO DI CHIAMARTI PAPA’ di Caroline Darian, UTET 2025, [LIBRO]

Unica figlia femmina di Gisèle e Dominique Pélicot, Caroline Darian scrive il memoir nel periodo che va dal 2 novembre 2020, il momento in cui, dopo una telefonata della madre, la sua vita cambia per sempre, al 28 novembre 2021, quando decide di non avere più ‘intenzione di sopportare l’insopportabile”. Il tempo che le ci è voluto per elaborare il trauma, riprendersi dallo smarrimento e considerare definitivo il tradimento di colui che, fino a quel momento, considerava una persona cara. Il prologo, che è invece dell’agosto 2024, è stato scritto nel periodo che precede il processo. Durato quattro mesi, al ritmo di un’udienza al giorno, e dopo quattro anni di indagini preliminari iniziate nel momento in cui Dominique viene fermato perché sorpreso a filmare sotto le gonne di alcune donne ad un supermercato, il processo è servito a metterlo sotto accusa insieme ad altri cinquanta uomini, con l’imputazione, tra gli altri reati, di stupro aggravato commesso ai danni della moglie Gisèle. Uomini adescati sul sito di incontri “Coco”, ai quali Dominique nel corso di 10 anni ha permesso di abusare della moglie, dopo averne indotto con sostanze psicotrope la totale incoscienza. Gratuitamente e “solo” in cambio della libertà di riprendere lo stupro. Le donne della famiglia Pélicot (moglie, figlia, nuore) si sono costituite, alla fine delle indagini, parte civile. Le immagini ritrovate nel computer di Dominique, in una cartella classificata sotto la voce “abuso” (20.000 tra foto e video), riguardavano in maniera diversa tutte loro. Per Gisèle che ha voluto un processo a porte aperte decidendo che “la vergogna deve cambiare lato” e per Caroline, che ha fondato insieme ad altre l’associazione #MendorsPas (#NonMiAddormentare) dopo essersi resa conto di quanto fosse sottovalutato il problema della sottomissione chimica, la terribile vicenda ha prodotto anche la necessità di trasformare una battaglia individuale in una denuncia pubblica, esigendo giustizia.
Consigliato da Letizia della Casa delle donne di Parma

PRIVACY di Veronica Echegui e Laura Sarmiento Pallarés, 2022 -Netflix [SERIE]

Il titolo usato in italiano “Privacy” non traduce esattamente quello che il titolo spagnolo “Intimidad” o quello inglese “Intimacy” esprimono più profondamente riguardo alla violazione della propria sfera intima: il revenge porn è infatti il fulcro di tutta la narrazione.
La serie “è uno strumento per aumentare la consapevolezza, per risvegliare le coscienze, e se qualcuno si vede riflesso in essa potrebbe decidere di cambiare il modo in cui pensa o addirittura vive problematiche di questo tipo”, afferma l’attrice protagonista Itziar Ituño durante un’intervista.
Siamo a Bilbao e Màlen Zubiri, donna forte e indipendente, sposata e madre di una ragazzina, è decisa a lottare per la candidatura a sindaca in un ambiente politico molto maschilista. Qualcuno di potente, però, vuole ostacolarla e diffonde un video in cui fa sesso con un amante occasionale. Lo scandalo è inevitabile e finisce per coinvolgere anche la figlia adolescente che sarà, a sua volta, vittima di revenge porn da parte del suo, ormai ex, fidanzato. Quasi contemporaneamente l’operaia Ane si suicida per lo stesso motivo e in seguito a molestie che, a causa di questo video, subisce in fabbrica. Ma sua sorella Begoña farà di tutto per renderle giustizia. Con l’aiuto di una ispettrice, che si occupa di reati di violazione della privacy, Màlen e Begoña arriveranno insieme a scoprire l’identità dei colpevoli, sostenute anche dalle varie associazioni di donne.
Veronica Echegui e Laura Sarmiento Pallarés sono le creatrici e le sceneggiatrici della serie.
Consigliato da Giovanna della Casa delle Donne di Parma

IL CAPITALE AMOROSO di Jennifer Guerra – Bompiani 2021 [LIBRO]

Esiste una scelta radicale e politica per immaginare un altro possibile: mettere l’amore nelle sue declinazioni (eros, storge, ludus, mania, pragma, e agape) al centro della propria vita.
La scelta è radicale perché la nostra società, governata dal valore della produttività, ci comunica che seguire il cuore risulti essere disfunzionale e a tratti folle.
Così noi finiamo per compiere scelte amorose sempre più pragmatiche e compatibili con i valori del sistema come quella di negarci, rimanere solɜ, o preferire un matrimonio infelice ad una storia travolgente.
Guerra, supportata dalle bibliografie di filosofɜ, studiosɜ e attivistɜ come bell hooks, Alan Lee, Karl Marx, M.L. King, e Eva Illouz, ci dimostra che opponendoci al cinismo sociale e all’esasperazione delle scelte pragmatiche in amore siamo in grado di scardinare le strutture del potere ma anche alcune dinamiche sociali ormai introiettate come ordine naturale delle cose. Operando una vera e propria rivoluzione politica.
Questo è possibile solo attraverso il lavoro sui propri sentimenti, l’autoconsapevolezza e la responsabilità verso il prossimo. Ovvero con una pratica etica dell’amore.
E così diventa evidente la potenza dell’amore nella sua duplice dimensione: è sia sentimento esclusivo di due amanti che spazio di trasformazione collettiva. Personale e politico.
Consigliato da Martina della Casa delle Donne

BODY OF EVIDENCE, Shirin Neshat, [MOSTRA] Milano al PAC fino al 08/06/2025

BODY OF EVIDENCE (Corpo del reato) è il titolo della mostra multimediale dedicata all’artista iraniana Shirin Neshat, visitabile al PAC di Milano fino al 08/06/2025. Una retrospettiva che illustra oltre trent’anni di carriera attraverso quasi duecento opere fotografiche e una decina di video installazioni provenienti dai più importanti musei del mondo. In quasi tutti i lavori, se si escludono alcune macchie di rosso, domina il bianco e nero, a volte arricchito dalla scrittura calligrafica persiana disegnata sui corpi dei soggetti rappresentati. Come in “Le donne di Allah” (Women of Allah, 1997), la serie di ritratti che l’ha fatta conoscere e con cui Neshat “cattura l’ambiguità e la complessità dell’identità femminile nel contesto islamico”. Donne velate ma non assoggettate; donne la cui voglia di libertà si esprime nei corpi istoriati di versi poetici o nell’arma tenuta tra le mani.
Shirin Neshat vive tra due mondi, l’Iran e New York, e tra due culture. Una doppia irrisolta appartenenza di cui sono intrisi i suoi lavori, sia che esplorino il nesso tra sesso e potere (The Fury, 2023), tra passato e presente (The Book of Kings, 2012), lo spaesamento dell’esilio (Soliloquy 1999), il rapporto tra tradizione e modernità o quello tra sogno e realtà. Temi questi ultimi declinati in “Land of Dreams” (La terra dei sogni, 2019), ritratto dell’America contemporanea, composto da un lungometraggio, purtroppo non visibile in mostra, da bellissimi ritratti e da due video in cui una giovane donna iraniana, impegnata nel censimento di una piccola cittadina del New Mexico, entra nelle case di nativi americani, afroamericani, immigrati ispanici e anglosassoni, per fotografarli e, con le loro testimonianze, rispondere alla domanda “E’ davvero questa la terra dei sogni?”.
Una bella mostra, di un’artista non neutrale, la più grande organizzata finora su di lei. Da non perdere.
Consigliata da Letizia della Casa delle donne di Parma