Non puoi rovesciare la casa del padrone usando gli strumenti del padrone, ha detto Audre Lorde nel 1979, e sembra che Alessandra Carnaroli, poeta marchigiana contemporanea, incarni quanto reclamava la femminista americana proprio nell’anno in cui Carnaroli è nata.
Potremmo chiederci subito se questo lavoro sia poesia o no; certo molti (uso il plurale maschile consapevolmente, perché i suoi detrattori sono soprattutto maschi) sono convinti che la poesia debba avere certe caratteristiche, un’armonia e un rispetto dei canoni anche quando vuole essere disturbante.
E invece la scrittura di Carnaroli, lontana da qualsiasi riferimento stilistico tradizionale, rimanda alla possibilità e al desiderio di costruire quotidianamente (e, soprattutto, collettivamente) un futuro in cui scrivere del margine con strumenti diversi da quelli che finora hanno legittimato il canone e i suoi valori patriarcali.
Per Carnaroli è evidente che servono visioni radicalmente nuove e linguaggi diversi, e così nei suoi lavori troviamo alternativamente degli haiku satirici («L’utero non è più nostro / È un corpo di stato») («Ossi di pesca / Queste famiglie / Dove ci si accoltella / Come frutta fresca»), ad altri versi più lunghi, in particolare nella sezione intitolata Gaza: «5000 donne palestinesi / Si preparano a partorire / Entro un mese / Che spreco di bambini / Nati ancora vivi». I versi spietati di Carnaroli non devono certo essere decifrati perché sono chiarissimi, e ci aiutano a vedere il presente senza infingimenti. Anzi, provocano nausea, dolore e rabbia, non certo adesione romantica.
Del resto di fronte a questo mondo che sta andando a rotoli, che senso ha dire l’orrore “bene”, con garbo o in modo metricamente perfetto? Il rischio è di sembrare solo bambine scostumate nel salotto del padrone.
Consigliato da Ilaria della Casa delle donne di Parma